Tra il 2010 e il 2018, 1 euro su 4 è andato sprecato

La fondazione Gimbe ha analizzato il monitoraggio dei Livelli essenziali di assistenza (LEA), che viene redatto annualmente dal Ministero della Salute grazie ad uno strumento, la cosiddetta “Griglia Lea”. Quello che emerge è che un quarto delle risorse speso dalle Regioni tra il 2010 ed il 2018 per la sanità non ha portato alcun risultato.

Come funziona lo studio   

Se è vero che che l’emergenza Covid-19 ha messo definitivamente a nudo i limiti del nostro Ssn , bisogna anche ricordare che prima ancora della pandemia il sistema già non riusciva a garantire in modo uniforme e costante a tutti i cittadini le cure e le prestazioni ordinarie. Il Covid non ha fatto altro che aggravare una situazione già molto precaria, finendo per ampliarne i limiti e aumentando il divario tra Nord e Sud. 

L’Osservatorio Gimbe ha per anni sottolineato che il monitoraggio tramite la Griglia Lea è solamente un political agreement tra Governo e Regioni, poichè nei fatti si è sempre rivelato uno strumento tutt’altro che preciso nel valutare la reale erogazione delle prestazioni sanitarie e la loro effettiva esigibilità da parte dei cittadini. L’organizzazione ha quindi documentato la performance dei territori italiani nell’erogazione delle prestazioni sanitarie di base facendo riferimento al report del ministero della Salute sul monitoraggio dei Lea. Le Regioni infatti, per poter accedere al maggior finanziamento del Servizio sanitario nazionale, devono rispettare una serie di adempimenti e, tra questi, c’è anche il “Mantenimento nell’erogazione dei Lea” misurato attraverso una serie di indicatori che sono suddivisi tra l’attività di assistenza negli ambienti di vita e di lavoro, l’assistenza distrettuale e l’assistenza ospedaliera. Questi indicatori vengono raccolti nella cosiddetta ‘Griglia Lea’.

Tuttavia un’altra dimostrazione che la Griglia sia inefficace è che non sia in grado di fornire un quadro attendibile della capacità di un servizio sanitario regionale di fronteggiare un evento eccezionale come la crisi del Covid-19. Ed infatti, come abbiamo tristemente visto in questi mesi, anche le regioni al vertice della classifica hanno sofferto carenze e criticità di vario genere nel fronteggiare la pandemia non solo nella fase iniziale, ma anche a mesi di distanza dall’inizio dell’emergenza.

Gli sprechi

Il problema non è solo la riduzione della risorse, ma anche l’utilizzo che ne è stato fatto. La stima a livello nazionale di sprechi e inefficienze della spesa sanitaria del 2017 è stata pari a 21,49 miliardi di euro, “erosi da sovra-utilizzo di servizi e prestazioni sanitarie inefficaci o inappropriate (€ 6,45mld), frodi e abusi (€4,73mld), acquisti a costi eccessivi (€ 2,15mld), sotto-utilizzo di servizi e prestazioni efficaci e appropriate (€ 3,22mld), inefficienze amministrative (€ 2,36mld) e inadeguato coordinamento dell’assistenza(€ 2,58mld)”, come sottolinea Nino Cartabellotta, presidente della fondazione.

Come esempio per dimostrare queste forti disparità regionali possiamo fare riferimento ad un indicatore sintetico che misura la copertura dei programmi di screening per i tumori femminili (al seno e della cervice uterina) e il cancro del colon retto. L’indicatore valuta la partecipazione della popolazione che rientra nel target ai programmi regionali di screening: Sono prestazioni generalmente offerte in modo gratuito, tramite campagne gestite dalle Aziende Sanitarie Locali. Nel 2017, la regione con lo score peggiore, pari a 2, è stata la Calabria, mentre Liguria, Veneto, Provincia Autonoma di Trento e Valle d’Aosta sono state quelle con il punteggio più alto, pari a 15.

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