Protesi al seno e tumore. Esiste una correlazione?

Da tempo si sente parlare del rischio di tumore legato alle protesi al seno. Recentemente, nuovi studi condotti sia in Francia che negli Stati Uniti, oltre che dal Guardian in Inghilterra, sembrano confermare questa ipotesi. Sotto accusa sono le protesi testurizzate, quelle dalla superficie ruvida, che dagli anni novanta sono largamente utilizzate negli interventi di mastoplastica perché meglio tollerate rispetto a quelle lisce. Milioni di donne in tutto il mondo portano protesi di questo tipo e molti chirurghi hanno già deciso di sospenderne l’utilizzo in attesa di notizie più approfondite riguardo ai rischi che comportano. Tuttavia, saranno necessari anni prima che le ricerche avviate diano risultati attendibili. Finora si può solo sospettare che ci sia un legame tra le protesi al seno testurizzate e una rara forma di tumore chiamata linfoma anaplastico a grandi cellule (ALCL).

Ecco come si forma il tumore con la protesi al seno

Ma come sarebbero collegati protesi al seno e il tumore? Secondo gli studi, gli impianti provocherebbero uno stato d’infiammazione cronica nei tessuti circostanti, che a sua volta causerebbe lo sviluppo del linfoma. Ecco quello che accade nello specifico: le protesi sono inserite sopra i muscoli pettorali e sotto la mammella. L’organismo registra nella protesi un corpo estraneo e di conseguenza attiva il sistema immunitario, che cerca di contrastarle con un’infiammazione nei tessuto che le circondano. Come conseguenza di questa infiammazione, si crea uno strato fibroso e compatto, una specie di cicatrice interna, tutt’intorno alla protesi. In alcuni casi, per la verità molto rari, nello spazio tra questa cicatrice e la protesi si sviluppa un linfoma anaplastico a grandi cellule. Le cellule tumorali possono restare “intrappolate” tra la protesi e la cicatrice, oppure riuscire a spostarsi in altre parti del corpo, rendendo la situazione molto più pericolosa. Nel primo caso, infatti, basta rimuovere la protesi al seno e pulire l’intercapedine tra l’impianto e la cicatrice per ottenere una completa guarigione.

L’importanza di una diagnosi tempestiva

Purtroppo, in molti casi i sintomi non sono tenuti nella dovuta considerazione e il linfoma non viene diagnosticato tempestivamente. Questo aumenta il rischio di sviluppare un tumore più diffuso e dover affrontare trattamenti più pesanti, come la chemioterapia. Una diagnosi precoce è sempre fondamentale per evitare cure invasive. Di solito i primi segnali sono un gonfiore anomalo della mammella, accompagnato da un dolore sordo, che diventa acuto a seconda dei movimenti o delle posizioni assunte. A oggi non esiste un registro affidabile per dire quanto sia esteso il problema e quantificare i fattori di rischio. Uno dei motivi per cui non si riesce a stabilire con precisione il legame tra protesi al seno e tumore, è proprio il fatto che si tratta di una forma tumorale sotto-notificata. Quando aumenteranno le conoscenze sulla patologia, aumenteranno anche le segnalazioni e ci si potrà fare un quadro più preciso della situazione.

La situazione attuale

Questo tipo di tumore, l’ALCL, ha cominciato ad apparire negli anni ’90, insieme alla comparsa sul mercato delle protesi al seno testurizzate. Il primo caso di linfoma anaplastico a grandi cellule è stato diagnosticato nel ’97, mentre ad oggi nessun caso di questo tumore è stato registrato nelle pazienti con protesi lisce. I sintomi possono manifestarsi tra 1 e 22 anni dal momento dell’impianto, mediamente dopo 6/7 anni. I ministeri della Salute europei, compreso quello italiano, da qualche anno hanno unito le forze per monitorare la situazione e ottenere delle statistiche sempre più affidabili. Raccogliere dati attendibili è fondamentale per far evolvere la ricerca. Finora in Italia sono stati riscontrati circa 30 casi, con un’incidenza della malattia di 2,8 casi su 100 mila pazienti a rischio. Una percentuale di casi esigua, ma che non manca di preoccupare le molte donne che, negli anni, hanno subito mastoplastiche con protesi testurizzate. Le principali case produttrici di protesi testurizzate si stanno impegnando nella ricerca di materiali alternativi che abbattano i rischi. Nel frattempo, non resta che monitorare con attenzione eventuali nuovi casi.

© Domedica s.r.l.

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