La Medicina di genere supera secoli di pregiudizi sulle patologie

La Medicina dalle sue origini ha sempre considerato, come campione di studi per le patologie, la fisiologia maschile, relegando la salute femminile alle patologie legate agli organi specifici e alla riproduzione. Dagli anni Novanta però si è fatta largo la medicina di genere: un approccio innovativo che studia l’impatto del genere e di tutte le variabili che lo caratterizzano (biologiche, ambientali, socio-economiche) sulla fisiologia e sulle caratteristiche delle patologie. 

Un po’ di storia…

Nel 1990-1991, grazie alla spinta data da Bernardine Healy, prima direttrice donna nella storia di uno dei più importanti ministeri della Salute del mondo, l’United States National Institute of Health, iniziano significative indagini sulla normale fisiologia cardiaca e sulle malattie cardiovascolari nelle donne.

Nel 1993 la Fda emette le linee guida perché entrambi i generi siano presi in considerazione durante lo sviluppo dei farmaci e i risultati statistici siano valutati per genere.

Da allora in tutto il mondo comincia il difficile percorso di quella che oggi chiamiamo medicina di genere, che si pone l’obiettivo di identificare le specificità metaboliche, fisiologiche, patologiche delle donne rispetto agli uomini rispetto a tutte le patologie e, di conseguenza, di tutte le terapie.

 Recentemente, il tema “genere” è stato stabilito come parte della programmazione 2014-19 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, da cui discenderanno le applicazioni delle varie nazioni.

Curare le diseguaglianze con la Medicina di genere

La medicina storicamente ha studiato i pazienti indipendentemente dal genere e dalle caratteristiche socio-culturali e ambientali. La conseguenza è una standardizzazione delle cure basata sul soggetto maschile, senza tener conto di variabili fondamentali come il genere, lo status sociale, il grado di istruzione.

È tuttavia ovvio considerare che le diseguaglianze nella salute sono correlate ad altre diseguaglianze ed è quindi fondamentale studiarle per capire come esse influenzino le condizioni di salute di uomini e donne.

Ma sono tanti i pregiudizi e gli stereotipi da superare nella ricerca, nella sperimentazione dei farmaci e nello studio dei fattori di rischio. Alcuni dati possono dare un’idea di quanto siano radicate ma sbagliate alcune convinzioni:

  • Se si chiede ad una donna di quale malattia ha più paura, il 50% risponderà “il tumore al seno” e solo il 13% “la malattia di cuore”. Ma i dati dicono che il 50% delle donne muore per malattie cardiovascolari, il 25% per tumore, il restante 25% per tutte le altre cause.
  • Tutti sanno che la vita media delle donne è più lunga di quella degli uomini (al 2015 80,1 anni per gli uomini e a 84,6 per le donne). Ma quanti anni di vita sana rimangono? All’età di 50 anni gli uomini si aspettano di vivere altri 20.63 anni in buona salute, le donne altri 20.86, quindi le donne hanno davanti a sé una vecchiaia di malattia.
  • Le principali malattie che affliggono le donne soprattutto in età avanzata sono le malattie cardiovascolari, l’artrosi e la demenza. Molto più dei tumori di cui si parla con tanta frequenza e sui cui si focalizza la ricerca.
  • Pochi medici e pochissime donne sanno che i sintomi dell’infarto sono diversi nelle donne: il dolore si presenta più frequentemente come un dolore gastrico, irradiato verso la schiena.
  • Parlando di tumori, il vero nemico delle donne non è il tumore al seno, ma quello al polmone. La mortalità per questo tumore è in riduzione in tutti i paesi industrializzati per gli uomini ma in netto aumento per le donne. Eppure il tumore al polmone continua ad essere considerata una “patologia maschile”.
  • Due donne diabetiche su tre muoiono per malattia cardiovascolare. Eppure il diabete femminile è meno controllato: difficilmente le donne raggiungono livelli nella norma di glicemia e hanno uno stile di vita sano e corretto in grado di ridurla.

Il problema del ruolo

L’esempio del diabete è emblematico: perché per la donna è più difficile che per l’uomo avere un corretto stile di vita? Il nodo fondamentale è quello dei ruoli che la società “impone” alle donne: non parliamo solo del ruolo di madre e moglie, ma anche di quello delicato, solitario, fisicamente e psicologicamente provante del care giver. Basti sapere che l’80 per cento dei care giver sono donne, un dato non da poco soprattutto in un paese come l’Italia, dove il tasso di anziani che necessitano assistenza è altissimo. Al di là dell’impegno temporale che toglie tempo ad eventuali attività sane, il peso psicologico e fisico del ruolo comporta inevitabili alterazioni del metabolismo e la riduzione delle difese immunitarie, da cui un peggior controllo del diabete… e di tutte le altre patologie.

Verso la centralità del paziente

Grazie alla medicina di genere, lo studio sulla salute della donna non è più circoscritto alle patologie specificatamente femminili, ma rientra nella Medicina genere-specifica, che guarda al paziente nella sua totalità, permettendo di capire il perché di storici fallimenti diagnostici e terapeutici nei confronti delle donne. Dalla medicina di genere sono derivate alcune considerazioni che suoneranno ovvie, ma dal punto di vista dello studio delle patologie e della sintesi dei farmaci sono una relativa novità: un bambino non è un adulto in miniatura, la donna ha una fisiologia molto diversa dall’uomo e un anziano ha caratteristiche mediche molto specifiche. Solo procedendo in questa direzione sarà possibile garantire ad ogni individuo di qualsiasi sesso, età e condizione sociale, la giusta terapia, rafforzando così il concetto di centralità del paziente e di personalizzazione delle terapie, argomenti di cui Domedica fa da tempo, all’interno dei suoi Patient Support Program, i propri cavalli di battaglia.

© Domedica s.r.l.

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