In arrivo un test del sangue per predire l’ Alzheimer

Una delle più importanti sfide della medicina moderna è chiaramente quella contro l’Alzheimer, ovvero la forma più comune di demenza degenerativa progressivamente invalidante: ogni anno nel mondo questa patologia viene diagnosticata a 7,7 milioni di Pazienti.

Recentemente gli sforzi si sono concentrati sempre di più sul capire quando la malattia insorgerà, dato che in fase avanzata lo spazio di manovra per le terapie è ridottissimo. Infatti una delle principali problematiche della malattia è che l’Alzheimer si manifesta con seri deficit di memoria dopo un lungo periodo di “incubazione” nel quale iniziano già i processi neurodegenerativi. Il risultato è che ci si accorge sempre troppo tardi della malattia e le terapie chiaramente ne risentono.

l’ideale sarebbe quindi una diagnosi precoce, ed è quello che ha provato ad ottenere un team di scienziati della Washington University School of Medicine a ST. Louis. L’equipe ha elaborato un nuovo tipo di test Alzheimer che sarebbe in grado di predire la malattia ad un costo estremamente accessibile. Fino a questo momento infatti per stimare il rischio di insorgenza della malattia si utilizza la Pet (ovvero “tomografia a emissioni di positroni”), un macchinario complesso ed estremamente costoso.

Se il test, i cui risultati sono stati pubblicati su Neurology, funzionasse su larga scala lo scenario sarebbe quello di avere uno strumento diagnostico dal costo quasi irrisorio, accurato e facilmente disponibile su tutto il territorio. In questo modo chiunque potrebbe avere una diagnosi senza doversi impegnare in trasferte e costosi trattamenti.

Come funziona il test

Il test inizia con un semplice prelievo del sangue.

Attraverso uno strumento chiamato “spettrometro di massa” si misura la concentrazione nel sangue di una particolare proteina: la beta-amiloide. Il “focus” è su questa particolare proteina perchè ci si è accorti che in Pazienti che hanno in seguito manifestato l’Alzheimer, la beta-amiloide si era per anni accumulata nel cervello, andando a formare nel tempo delle vere e proprie placche.

Successivamente i ricercatori hanno combinato le informazioni ed i risultati ottenute con altri elementi, come l’età del Paziente ma soprattutto con la presenza o meno nel suo Dna del gene “APOE4”, noto per moltiplicare il rischio della malattia fino a 5 volte.

Il risultato finale è un’incredibile accuratezza del 94% nel predire chi si ammalerà di.

Naturalmente il test andrà sottoposto ancora al vaglio scientifico ma è un incredibile passo in avanti ed una scoperta senza precedenti.

La situazione in italia

Al giorno d’oggi in Italia ci sono oltre 700.000 persone affette da un lieve disturbo cognitivo, metà delle quali progredirà ad una forma di demenza (per lo più Alzheimer) nei 3 anni successivi. Forse è proprio per queste cifre importanti che nel campo della ricerca siamo anche noi impegnati nella messa a punto di un test predittivo: il progetto Interceptor.

Il centro coordinatore del progetto è la Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS che partecipa insieme a una rete di 20 strutture neurologiche italiane. L’ ambizioso progetto è sostenuto e promosso sia del Ministero della Salute che dall’Agenzia Italiana del Farmaco,  oltre alla collaborazione dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’Associazione Italiana Malattia di Alzheimer.

Il direttore dell’Area di Neuroscienze del Policlinico A. Gemelli di Roma, Paolo Maria Rossini, ha fatto un plauso ai risultati dei colleghi americani sottolineando che fossero simili a quelli raggiunti da uno studio nostrano lo scorso anno. Secondo il direttore è un ottimo segnale che la ricerca si stia intensificando in quella direzione ma lancia un appello chiedendo di intensificare gli investimenti.

La cosa più importante è che il test per la diagnosi precoce possa rivelarsi efficace su tutti i fronti fino al punto da entrare a far parte della pratica clinica.

© Domedica s.r.l.

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