L’importanza dell’educazione terapeutica del paziente nella sanità

Dimezzare i costi sanitari dei Pazienti asmatici, evitare l’80% dei casi del coma iperglicemico e ridurre del 30% la mortalità tra gli ipertesi. Sono solo alcuni dei risultati che si possono ottenere educando il Paziente alla propria terapia, un approccio che mai come oggi è imprescindibile.

Perchè la terapia non viene seguita?

L’educazione terapeutica nacque da un’osservazione di Jean Philippe Assal all’alba della sua carriera di medico presso l’Ospedale Cantonale Universitario di Ginevra.  Assal osservò che nelle malattie croniche molti ricoveri erano dovuti alla cattiva osservanza da parte del Paziente delle terapie prescritte. Iniziò allora a domandarsi quali fossero le possibili soluzioni al problema. Questa intuizione lo rese uno dei pochi studiosi ad aver approfondito quel che avviene dopo la prescrizione. Dalle sue riflessioni e dalla sua non comune conoscenza di quel che avviene nella psicologia ne è nata un’ intera disciplina, l’educazione terapeutica del Paziente. Quali sono gli assunti da cui è partito?

La terapia di un Paziente cronico richiede una serie di comportamenti che incide su tutti gli aspetti della vita di una persona: dal lavoro agli amici, dal tempo libero alle abitudini di vita. Il Paziente cronico si ritrova all’improvviso una quantità incredibile di limitazioni insieme a tanti obblighi. Una patologia come il diabete ad esempio  richiede una decina di atti fra misurazioni e iniezioni, ogni giorno per tutta la vita. Difatti le patologie acute, per quanto possano essere più o meno gravi, hanno un tempo definito. Nella maggior parte dei casi poi sono seguite in ospedale, dove il Paziente non ha altra scelta che attenersi alla terapia. 

Il malato acuto è un Paziente passivo. Nella malattia cronica il Paziente convive quotidianamente con la malattia, e la qualità della relazione con il medico diviene centrale. 

Un Paziente cronico segue un iter psicologico ben preciso che inizia con la negazione della malattia e arriva all’accettazione.

Ma questo tragitto è molto lungo e complesso, prevede passaggi intermedi e vicoli ciechi. L’intuizione di Assal fu proprio che fosse impensabile lasciare il Paziente solo a fronteggiare questo percorso. Se i clinici non affiancano il malato in questo processo, alla accettazione non si arriverà mai, e finirà col commettere degli errori: magari aumentando la dose di farmaci o cambiandola, convinto della loro inefficacia. E invece la terapia era giusta, quello che mancava era un’ educazione terapeutica del Paziente. Solo che a questo punto anche la terapia diviene sbagliata.

Nei panni del Paziente

Lo sappiamo tutti: Il quadro demografico italiano è ben delineato e lascia spazio a poca interpretazione: siamo una popolazione in progressivo invecchiamento, che va di pari passo con il fenomeno della comorbilità, ed il nostro Sistema Sanitario Nazionale versa in una situazione economica che non gli consentirà, perlomeno nel breve/medio periodo, di estendere l’offerta di servizi. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità la percentuale di malati non ospedalizzati che soffrono di malattie croniche è pari all’80%, un numero incredibile che porta ad una naturale conseguenza: l’esigenza di qualità ed efficacia nei servizi sanitari. In tale contesto l’educazione terapeutica del Paziente rappresenta, per le professioni sanitarie, una via concreta per rispondere alle necessità dei malati cronici. Per molti anni c’è stata la tendenza ad addossare la colpa dell’insuccesso delle terapie al Paziente, ma Il Paziente affetto da patologia cronica è un Paziente per il quale l’apprendimento di competenze e di comportamenti di salute è necessario per vivere ritardando le complicanze legate alla malattia e conducendo così una quotidianità il più normale possibile.

Si è iniziato così a pensare all’assistenza in altri termini, cercando di mettersi nei panni del Paziente stesso. Il professionista della salute non deve mai dimenticare che l’assistito si trova quasi sempre in una condizione di asimmetria relazionale: non possedendo lo stesso bagaglio di conoscenze e competenze di un professionista, il più delle volte ha la sensazione di ricevere solo divieti e imposizioni, cosa che va ad incidere inevitabilmente sulla sua compliance al programma terapeutico.

Le caratteristiche dell’ educazione terapeutica del Paziente

Prima di procedere con qualunque tipo di analisi andiamo a delineare quali siano le caratteristiche principali dell’educazione terapeutica:

  • è centrata sul Paziente.
  • è impartita da operatori formati. 
  • è multiprofessionale.
  • deve essere strutturata. L’organizzazione è fondamentale poichè si tratta di un’operazione che lavora sul lungo periodo.
  • è un processo continuo.
  • è parte integrante dell’assistenza.
  • è un processo di apprendimento sistematico.
  • comprende una valutazione.

La cultura dell’educazione terapeutica

Grazie ad Assal l’educare alla terapia non è più una novità, ma è ancora necessario lo sviluppo di una cultura su questa metodologia nel mondo dei professionisti sanitari, ma anche verso i Pazienti. In altre parole bisogna far capire come sia necessario e possibile utilizzare un linguaggio alla portata del target di popolazione a cui l’azione educativa è rivolta. 

Si parte dall’analisi dei bisogni, si identificano obiettivi e contenuti, e poi gradualmente si affronteranno la metodologia educativa e tutti gli altri elementi, ma è fondamentale porre la giusta attenzione alla gradualità della proposta educativa. Il rischio è di sovraccaricare Pazienti e famiglie con troppe informazioni o nuove abitudini da mettere in atto. Anche in questo senso c’è ancora molto da lavorare tra i clinici: il medico deve essere in grado di modulare la terapia sulle esigenze specifiche del singolo Paziente.

Come preparare il Paziente

L’educazione terapeutica è parte integrante della presa in carico e del trattamento sanitario, e le competenze che l’assistito deve essere guidato a maturare sono diverse.  Proprio per questo vanno fatte metabolizzare con gradualità e Pazienza. Principalmente riguardano: 

  • la comprensione di sé stesso.
  • le capacità di auto-sorveglianza.
  • le capacità di autocura.
  • la comprensione della malattia e del relativo trattamento.
  • le capacità di adattamento della terapia al proprio stile di vita.

Per far in modo che si raggiungano queste competenze, l’approccio educativo deve essere centrato e modulato sulle caratteristiche del singolo Paziente, e deve essere di tipo sistemico, ovvero deve trattarsi di un’educazione erogata attraverso il rispetto di fasi logico-consequenziali che si susseguono in modo ordinato. 

Si parte dalla raccolta delle informazioni riguardo al singolo Paziente, cui segue la formulazione della diagnosi educativa. Solo in un secondo momento si procederà con a prepaare il piano. Esso riguarderà i metodi, i contenuti e gli strumenti ritenuti migliori per educare il Paziente. Solo dopo si inizieranno ad erogare i servizi.

In itinere si procederà ad una valutazione su come stia andando l’intero processo, se l’apprendimento del Paziente procede senza intoppi, se esiste un pericolo di ricaduta. Tutto questo sempre prestando particolare attenzione a come il Paziente stia affrontando le cure e se la terapia prescritta sia di suo gradimento. 

In alcuni casi si può procedere ad un’eventuale ulteriore raccolta di informazioni e revisione dell’intero processo. inoltre non va calibrata esclusivamente sulle esigenze del Paziente, ma anche su quelle del caregiver.

In virtù dell’importanza di personalizzare la terapia esiste anche un’altra fase preliminare che è quella della negoziazione, dove si concorda tra operatore e Paziente che cosa sia possibile fare e cosa si possa essere disponibili a fare. Il tutto va fatto tenendo ben presente quali siano le finalità dell’intero processo:

  • Migliorare la qualità di vita del Paziente.
  • Incrementare il controllo delle condizioni cliniche.
  • Aumentare l’aderenza alla terapia.
  • Migliorare la qualità del servizio.
  • Promuovere un utilizzo più razionale dei servizi.
  • Ridurre il consumo dei farmaci ed i costi connessi.
  • Valorizzare il ruolo del Paziente.
  • Ridurre il numero di ospedalizzazioni.
  • Ottimizzare i tempi di gestione dell’assistenza.
  • Promuovere un utilizzo più razionale dei servizi.

Il ruolo dell’infermiere nell’educazione terapeutica

Abbiamo già sottolineato come sia un processo multidisciplinare, coinvolgendo l’intera equipe clinica per garantire un’assistenza totale che migliori non solo l’efficacia delle prestazioni ma anche la soddisfazione del Paziente.

Un ruolo di grande importanza è ricoperto proprio dall’infermiere, che non ha solamente una funzione educativa, ma anche etica. Inoltre è opportuno sottolineare che i professionisti che più svolgono questa funzione sono quelli maggiormente a contatto con i Pazienti nella gestione quotidiana del loro problema di salute. Questi sono numericamente più rappresentati dagli infermieri, che agiscono accanto ad altri altrettanto coinvolti su questo tema . Eppure viene ricordata l’importanza di una progettazione educativa che veda integrate tra loro le diverse professionalità che sono coinvolte nel processo. 

l’infermiere deve vigilare sulla condizione clinica del Paziente per fare in modo che essa non peggiori, lo monitora per risparmiargli quanto più dolore possibile e funge da mediatore sugli stati d’ansia correlati alla mancata padronanza delle situazioni. Partendo dalla valutazione del livello di health literacy del singolo assistito, ossia dalle capacità cognitive e sociali che permettono al Paziente di accedere, comprendere e utilizzare le informazioni utili al mantenimento e alla promozione del proprio stato di salute, l’infermiere e il resto del team definiranno le priorità e le competenze chiave che il malato dovrà padroneggiare. Vi è infine un’ultima considerazione da fare: l’educatore deve accettare che il Paziente non raggiunga tutte le competenze contemporaneamente, ma ha l’obbligo di considerare ogni Paziente come potenzialmente capace di raggiungerle.

Educare non è informare

L’ educazione terapeutica del Paziente va a toccare tutte le diverse fasi della relazione di aiuto, dall’informazione tramite una comunicazione e una metodologia mirata, fino alla capacità di far fronte in modo dinamico alle difficoltà che la malattia porta con sé. L’obiettivo è individuare nelle situazioni stressanti uno stimolo a migliorare in funzione di obiettivi di crescita, svolgendo nello stesso tempo una funzione di controllo e prevenzione per ridurre l’impatto negativo degli eventi.

Al contrario dell’Informazione, che è un semplice passaggio passivo, l’educazione terapeutica pone il centro dell’attenzione nell’interazione con colui che apprende. Proprio per questo è  una pratica complessa che prevede, dopo la diagnosi, la definizione degli obiettivi di apprendimento e l’applicazione della metodologia educativa più adatta ai contenuti da proporre. Il processo educativo termina infine con una valutazione che permetta di descrivere quanto e come il Paziente sia o meno in grado di gestire il trattamento della patologia che lo riguarda e prevenire nonché riconoscere le eventuali complicanze della stessa.

© Domedica s.r.l. 

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