Neuroscienze, una sfida continua tra sconfitte e successi

Neuroscienze

Neuroscienze ed industria farmaceutica hanno un rapporto longevo e non sempre felice, è recente ad esempio l’abbandono da parte della casa farmaceutica Pfizer, storicamente sensibile sull’argomento, della ricerca sulle neuroscienze. Ma accanto alle sconfitte, fioriscono anche i successi.

Una brevissima definizione di Neuroscienze

Sono l’insieme degli studi scientificamente condotti sul sistema nervoso. Includono conoscenze in svariati ambiti quali matematica, fisica, chimica e statistica, scienze cognitive, informatica, psicologia, linguistica, ingegneria e persino filosofia.

L’ambito si è molto ampliato negli ultimi decenni per includere diversi approcci utilizzati per studiare il sistema nervoso nei suoi aspetti cellulari, dello sviluppo, funzionali, cognitivi, computazionali e, naturalmente medici. Hanno dato inoltre forte sviluppo alle reti neurali artificiali, che hanno applicazioni in svariati campi, non solo medici e dei biosistemi.

I problemi storici con la farmacologia

Storicamente, le neuroscienze ha un rapporto complesso con le scoperte in ambito farmacologico, data l’enorme complessità del cervello umano:

Queste difficoltà, tuttavia, non hanno impedito i progressi, alcune recenti storie di successo lo dimostrano, come quella di Neurocrine Biosciences, che ha introdotto sul mercato un farmaco destinato ai pazienti affetti da discinesia tardiva, una patologia debilitante che provoca movimenti ripetitivi involontari e anomali del corpo, oppure Sage Therapeutics, che ha riportato diversi studi clinici di successo con molteplici composti per le forme gravi di depressione e per quella postpartum.

L’annuncio shock della Pfizer

A gennaio 2018, Pfizer ha annunciato che avrebbe messo fine ai programmi neuroscientifici. Sicuramente una brutta notizia per le neuroscienze. L’inizio di un abbandono di massa? Quasi sicuramente no: «Basta parlare solo di Pfizer, ci sono almeno 80 aziende farmaceutiche che stanno lavorando sulle malattie neurodegenerative e sull’Alzheimer», lo ha detto alla trasmissione Radio Anch’io di Radio 1 Rai Mario Melazzini, direttore generale dell’Agenzia italiana per i medicinali (Aifa). Insomma, malgrado l’eco sicuramente negativa dell’abbandono di Pfizer, le neuroscienze continuano ad essere un importante campo di ricerca e sperimentazione, e le numerose innovazioni in ambito neurologico rendono ottimisti sul futuro.

Il rebus Alzheimer

L’Alzheimer è inevitabilmente una malattia molto legata alle neuroscienze. Purtroppo, la ricerca di una cura per l’Alzheimer ha una storia di insuccessi.  Molte società hanno però imparato dal passato e ottimizzato i propri programmi, mettendo a punto la forma specifica della proteina da colpire, la beta-amiloide (secondo l’ipotesi più accreditata, la malattia è provocata dall’accumulo della proteina beta-amiloide che forma placche nel cervello e interferisce con la funzionalità delle sinapsi), e trattando i pazienti in una fase meno avanzata della malattia.

Per gli studi sulla beta-amiloide, un aiuto è arrivato dai topi: studiosi americani della Cleveland Clinic sono infatti  riusciti a far scomparire le placche di amiloide nel cervello di topi ammalati e a migliorare le loro funzioni cognitive, dimostrando come certi farmaci, che agiscono bloccando un enzima chiamato Bace1, potrebbero rivelarsi efficaci anche nell’uomo. I ricercatori hanno creato topi che progressivamente perdevano l’enzima e hanno notato che rimanevano sani. Poi hanno incrociato questi topi con altri che, invece, sviluppavano la malattia a 75 giorni dalla nascita. Risultato: la prole, invecchiando, sviluppava l’Alzheimer, nonostante i livelli dell’enzima si fossero ridotti della metà rispetto al normale, ma a mano a mano che il tempo passava e la produzione di enzima diminuiva, le placche scomparivano. In altre parole: ridurre l’attività dell’enzima Bace1 favorisce la scomparsa delle placche.

Oltre a questi positivi risultati sulla proteina beta amiloide, stanno emergendo altre strategie, tra cui quelle per il targeting della proteina tau o per la lotta alla neuroinfiammazione.

Più coraggio e ricerca di base

<<...inadeguata selezione dei pazienti, la complessità della malattia, l’assenza di indicatori clinici forti, la difficoltà nel creare modelli sperimentali, la lentezza nel traslare i risultati alla clinica.>> così spiega Gianluigi Forloni responsabile del Dipartimento di Neuroscienze presso l’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, parlando del problema dello sviluppo di farmaci in ambito delle malattie del sistema nervoso centrale, <> – conclude Forloni – <>

Per Giovanni Biggio, la questione nodale è invece la ricerca di base: <Human Connectome Project (ha come obiettivo la mappatura dei dati neuronali nel cervello) o lo Human Brain Project (che mira a realizzare attraverso un supercomputer, una simulazione del funzionamento completo del cervello umano) finanziati dal National Institutes of Health (Nih) americano sono molto importanti: perché un domani  porteranno a decifrare il funzionamento cerebrale e a sviluppare nuovi e rivoluzionari prodotti.>>

© Domedica s.r.l.

I Patient Support Programs di Domedica

Articoli correlati