La nuova frontiera: prevenire l’Alzheimer

prevenire l'alzheimer - preventing Alzheimer

Malgrado l’Alzheimer sia una malattia che conta 600 mila pazienti in Italia, 5 milioni in America, 47 milioni nel mondo, sempre più case farmaceutiche rinunciano alla ricerca di una cura per la forte inconcludenza della sperimentazione. Ma studi e sperimentazione si stanno ora spostando dalla ricerca di una cura, al prevenire l’Alzheimer.

Il relativo fallimento della sperimentazione farmacologica

La malattia di Alzheimer è una patologia neurologica degenerativa che colpisce il cervello. Si presenta gradualmente con la perdita di memoria, difficoltà nei movimenti, perdita della capacità linguistica, difficoltà a riconoscere oggetti e persone.

I numeri sono impressionati. Solo in Italia, secondo l’Istituto Superiore di Sanità, ci sono circa 600.000 malati. Inoltre, a causa dell’invecchiamento della popolazione, i dati sono destinati a crescere in modo significativo, visto che siamo tra i Paesi più longevi, con il 22% della popolazione che ha superato i 60 anni.

Le cause dell’Alzheimer sono ancora oggi soggetto di studio. Quello che è certo è che nel cervello dei malati si accumulano sostanze nocive, tra cui l’amiloide, proteina presente in tutti i cervelli, ma che in condizioni di normalità viene tagliata da “forbici enzimatiche” in frammenti che si dissolvono, mentre in condizioni patologiche queste forbici tagliano nel punto sbagliato, formando frammenti che si aggregano a formare placche che uccidono le cellule cerebrali. Dare ai malati farmaci contro l’amiloide è stata quindi per anni la terapia più usata, ma si è rilevata poco efficace, motivo per cui molte cause farmaceutiche stanno abbandonando la sperimentazione. Il nocciolo del problema è stata la sperimentazione su malati già conclamati, «Aspettare i sintomi per trattare l’Alzheimer è come aspettare che una persona abbia un infarto prima di curargli l’ipertensione: a quel punto, non è che abbassando la pressione si ripara il cuore,» spiega Giovanni Frisoni, neurologo agli Ospedali universitari di Ginevra e all’Irccs Fatebenefratelli di Brescia.

Un cambio di paradigma: la diagnosi precoce

L’interesse degli studi e della ricerca si è quindi spostato sulla sperimentazione su persone con disturbi lievi che preludono alla malattia. Ma recentemente l’interesse si è spostato fuori della sfera farmacologica: fornire una diagnosi precoce sembra essere diventato infatti uno degli gli strumenti più efficaci per prevenire l’Alzheimer o rallentarne la degenerazione. Una diagnosi precoce si ottiene grazie a specifici esami diagnostici, tra i quali i più importanti sono:

  • un’accurata valutazione clinica e neuropsicologica;
  • l’analisi dei livelli delle proteine anomale nel liquido cerebrospinale;
  • la PET (positron emission tomography) cerebrale, che permette di verificare la presenza di accumuli di proteina amiloide nel cervello;
  • la RM (risonanza magnetica) cerebrale, che permette di identificare aree di atrofia cerebrale

Di particolare rilevanza la PET. “…possiamo usare l’imaging PET” spiega David Geldmacher MD, direttore della Divisione Disturbi della Memoria nel Dipartimento di Neurologia dell’Università dell’Alabama di Birmingham “per guardare il cervello di una persona senza sintomi di perdita di memoria o di demenza, e vedere se è già in corso un accumulo di amiloide. Questo non ci dice quando potrebbero iniziare i sintomi di demenza, ma indica un aumento del rischio di Alzheimer…“.

Per la diagnosi precoce si stanno inoltre sviluppando prodotti sempre più avveniristici. Ad esempio l’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino è capofila del Progetto internazionale My-AHA in cui verranno testati device sperimentali, tra cui occhiali in grado di registrare i movimenti del corpo e della testa per valutare  l’equilibrio del soggetto nello spazio, bande per materassi per monitorare la qualità del sonno, app-giochi per testare lo stato della memoria, dell’orientamento e la capacità di risolvere problemi più o meno complessi.

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Prevenire l’Alzheimer è possibile

Ancora più importante della diagnosi precoce è però la prevenzione, su cui si stanno sempre più focalizzando gli studi. A differenza di altre parti del nostro corpo, il cervello non ha ricambi, è quindi importante nutrirlo con sangue ricco di ossigeno e sostanze nutrienti, evitando l’eccesso di lipidi, zuccheri, proteine da carne rossa, e altre sostanze che sappiamo essere generalmente nocive per tutto il corpo. Uno stile di vita sano può quindi rallentare l’invecchiamento del cervello riducendo il rischio di demenza. Un valido alleato è la dieta mediterranea, che fa ampio uso di olio di oliva, pesce azzurro, frutta e verdura. Altrettanto importante è mantenere attivo il cervello, coltivando hobbies, relazioni sociali, viaggiando. E’ statisticamente provato infatti che persone con basso livello di istruzione, e/o con poca attività sociale, sono più a rischio di contrarre la malattia.  In estrema sintesi ecco le attività principali per la prevenzione:

  • Mangiare in modo sano
  • Fare esercizio fisico
  • Allenare la mente
  • Mantenere rapporti sociali significativi e gratificanti
  • Non fumare
  • Evitare i fattori di rischio per le patologie vascolari, come ipertensione, diabete, obesità.

La nuova frontiera dell’intelligenza artificiale per prevenire l’Alzheimer

L’intelligenza artificiale, già in uso in vari campi della medicina, viene oggi sperimentata anche sull’Alzheimer. La dottoressa Marianna La Rocca dell’università di Bari ha recentemente condotto una ricerca che dimostra come l’intelligenza artificiale sia in grado di riscontrare la malattia dieci anni prima che si manifestino i sintomi. Merito di un algoritmo capace di individuare le caratteristiche dell’Alzheimer su una risonanza magnetica meglio di quanto possa fare l’uomo. Se i dati della ricerca dovessero essere confermati, saremmo di fronte ad una scoperta rivoluzionaria per prevenire l’Alzheimer.

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